I Giapponesi e le mascherine

Moltissimi giapponesi escono di casa con una mascherina

Mascherine in Giappone

Leggendo un articolo sul web giapponese Yumichan ha sottolineato che una delle maggiori "stranezze", che noi occidentali attribuiamo ai Giapponesi, è il disinvolto e frequente utilizzo che viene fatto da questi delle mascherine "chirurgiche"...
Dopo di che mi ha raccontato che effettivamente in molti, nel Paese del sol levante, utilizzano queste anche tutti i giorni, a prescindere da situazione climatica o di salute, al punto che da un 18% di "mascherati" abituali nel 2008 giè nel 2012 si è superata la soglia del 32%! E' così che molti stranieri credono che in Giappone ci sia qualche stano morbo da cui si tenta di proteggersi, mentre altri attribuiscono questo ad un eccesso di precauzione ed igene in stile tutto giapponese.

Allergie e accortezze alla base di questa "mania" nipponica

Mascherine in Giappone

Quali sono, però, le reali motivazioni che spigonono i nipponici a questo parossistico utilizzo della mascherina? Come prima cosa il crescete numero di allergici ai pollini (pare che abbia questa allergia il 25% della popolazione), tanto da fornire le previsioni dei pollini affianco di quelle del tempo. In inverno, invece, molti giapponesi cercano di non raffreddarsi e soprattutto di non far raffreddare gli altri, infatti, come sappiamo, una delle basi dell'essere nipponico è non arrecar disturbo al prossimo, sia anche, attaccando un fastidioso malanno (considerando anche i grandi affolamenti che spesso si hanno nelle metropoli del Sol levante) che, poi , nella coscienza giapponese non sarè neppure una buona scusa per starsene in malattia, lontani dal posto di lavoro o dai banchi di scuola.
L'utilizzo di simili protezioni i sudditi dell'Impero del Crisantemo lo imparano da piccoli, anche a scuola, quando alternandosi al servizio di mensa, oltre ad un bel grembiulone bianco, viene fatta indossare una cuffia ed una mascherina... Quindi, il loro utilizzo è cosa normale, tra i nostri amici, e tanto più lo è, perchè, non è certo simbolo di distinzione dagli altri, viste le percentuali in crescita esponenziale, e quindi ben accetto in una società che preferisce massificarsi che distinguersi.

In Giappone si mette la mascherina anche per essere apposto la mattina!

Mascherine in Giappone

Pensate che le ragazze sostengono che una mascherina ben ampia fa sembrare gli occhi più grandi e che se non si ha il tempo di rifinire il trucco dà una mano a spicciarsi al mattino...lo stesso vale per gli uomini che, così, ovviano al doversi fare la barba ogni giorno.
Molti anni fa, quando per me il Giappone erano cartoni animati e turisti che compravano borse di Prada e Gucci a chili, intasando le vie del centro a Roma e Firenze, pensavo, come molti, ad un'esagerazione in fatto di igene ed ad una fobia degli altri che doveva essere ben forte nel lontano Paese asiatico, non comprendendo appieno le motivazioni di un simile utilizzo.
E' così che alcuni anni fa prendendo un volo, per andare nel Mar Rosso assieme a Yumichan, che non indossa mai la mascherina, vedendola mettersene una non appena salita in aereo mi stupii e di più mi stupii quando mi disse: "ma sono molto raffreddata, non vedi? Potrei far ammalare gli altri e sciupargli la vacanza...". Dandomi in questo modo la spiegazione principale dell'utilizzo delle mascherine.
Durante il soggiorno, poi, familiarizzando con altri bagnanti, che avevano preso lo stesso vettore, ebbi modo di spiegare che non aveva timore di ammalarsi, ma era proprio il contrario...provocando, così, stupita ammirazione per il grande rispetto per il prossimo che si ha in Giappone.
Nonostante tutto, devo dire che quella fu una sporadica volta che ho visto indossare la mascherina a mia moglie e che spesso qua in Italia si lascia andare a dei grandi starnuti, con la mano davanti sì, ma davvero roboanti e buffi, starnuti liberatori all'italiana che quando è in Giappone deve trattenere...

Privacy e giustizia in Giappone

Giustizia fai da te nel Sol levante

taccheggiatore

Un fatto di cronaca sta dividendo l'opinione pubblica Giapponese in questo periodo, pare, infatti, che un signore sia entrato in un'importante catena di negozi di Tokyo dove si vendono fumetti e gadget a questo mondo legati, il "Madarake" (il nostro Mandrake), ed abbia rubato una statuetta che ritrae Super Robot 28, un automa d'acciaio nato dalla fantasia di Mitsuteru Yokoyama nel 1956 e protagonista di più serie di cartoni animati, ma davvero poco conosciuto al di fuori del Paese del sol levante, un robot d'altri tempi inventato da uno scienziato ormai morto, ma teleguidato dal figlio di questo per la salvezza del Giappone e dell'umanità (questa storia l'abbiamo già sentita).
I titolari del negozio, essendo la miniatura un pezzo raro del valore di quasi 2000€, hanno visto bene di cercare di recuperare il maltolto affidandosi alla polizia ed alla propria iniziativa e così nell'home-page del loro sito web hanno messo un fotogramma del filmato del video di sorveglianza che ritraeva il nostro Arsenio Lupin dei manga, ma con il volto camuffato da una dissolvenza, minacciando di togliere il velo a metà agosto, rendendolo così visibile e noto a tutti...

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Il Giappone ed il lavoro

Quest'articolo nasce da una curiosità di mio padre, che, un mese fa circa, mi spronò a parlare dell'abnegazione che hanno i Giapponesi nel lavoro; dopo averlo scritto glielo feci rileggere e così ebbe modo di suggerirmi un paio di correzioni sintattiche, da bravo professore di lettere in pensione e dirsi interessato per quanto aveva letto; dopo poche ore, per un aggravarsi di una brutta malattia, se ne è andato. Oggi dopo circa due settimane sento il dovere di pubblicare questo post e di dedicarlo a lui.

Lavoro come motore del Paese del sol Levante

team di lavoro in Giappone

Quando pensiamo ai Giapponesi, oltre ai Samurai ed al sushi, probabilmente molti di noi credono anche ad infaticabili lavoratori, forza e motore dell'economia del Sol levante e, se tante cose che si dicono su questo lontano paese sono dei luoghi comuni, questa è, invece, un'indiscutibile verità.
Già all'origine, l'approccio col lavoro pare essere differente tra i paesi occidentali e quelli asiatici; se infatti a noi Dio ha detto che avremmo lavorato con dolore e sudore per guadagnare il pane da mangiare, in oriente il saggio Confucio diceva che se uno sceglie il lavoro che ama, in pratica non lavorerà mai, neanche per un giorno in tutta la sua vita. Se questo è detto per sorridere un po' è senz'altro vero che in Giappone il lavoro non è visto come una costrizione, ma come un dovere, a cui, come spesso mi ricorda la nostra Yumiko, non ci si può sottrarre pena non essere un vero Giapponese. Il lavoro è, infatti, per un Giapponese oltre al mezzo per sostentarsi un dovere sociale e un legame generazionale in un mondo ove ciascuno ha il suo ruolo preciso che serve a far marciare l'ingranaggio sociale. E' per questo che l'azienda prende in un certo senso il posto della famiglia ed il singolo subisce la pressione del gruppo; pensate infatti che per non arrecare disturbo ai colleghi molti riducono all'osso i giorni di ferie consecutivi e tutti sono davvero oculati nel prendere anche un solo permesso di malattia...
E' per questo motivo che vediamo i gruppi di Giapponesi fare il giro d'Italia in 7 giorni, perchè quasi nessuno ha più di una settimana di ferie consecutiva, per non pesare con un'assenza prolungata sui colleghi e sulla ditta e non perchè siano piccoli robot dai ritmi forsennati anche nel corso delle vacanze...

Il bravo Giapponese lavora sodo per la sua azienda e per il suo paese e poi per sé

Lavoratori in Giappone

Quando ero bimbo e i Giapponesi arrivarono in Europa, prima con gli orologi Casio e poi con le automobili, il Paese del sol levante era visto come una nazione inarrestabile e dalla forza produttiva infaticabile, con eserciti di operai, nella nostra immaginazione quasi automatizzati e il fatto che non si scioperasse e che le forze sindacali non riuscissero a prendere campo come da noi con le loro proteste era visto come fenomeno strano ed inconcepibile, tanto che, sull'argomento, venivano girati documentari in cui i nostri giapponesi erano spesso paragonati a formichine lavoratrici...
Il motivo fondamentale di questa differenza, ripensandoci, sta appunto nelle radici sociali che hanno visto un occidente cristiano guidato dal libero arbitrio cattolico o dalla predestinazione protestante sempre comunque riguardante il singolo, così da portarlo al massimo dell'individualismo che sarà poi incanalato nell'ateismo illuminista e nella rivoluzione francese, oltre che allo sconvolgimento dell'ordine sociale mentre in un oriente confuciano e buddista si fondava su una coscienza di villaggio e sulla forza della collettività.
Il successo della società per la quale si lavora è motivo di orgoglio personale in Giappone al punto tale che le ore di straordinario fatte oltre le canoniche otto giornaliere non sono quasi mai pagate (impensabile in occidente) e il lavoro si sostituisce alla vita sociale ed alla famiglia.
Il lavoratore giapponese deve essere spesso pronto per le esigenze della ditta, anche se aveva altri impegni, come è accaduto ad un signore che lavorava per una nota azienda, al quale erano state richieste 5 ore di straordinario quando mancavano 15 minuti alla fine del suo orario di lavoro, al che è seguito un rifiuto per impegni inderogabili già presi nella vita non lavorativa. Ciò non ostante il nostro lavoratore si è presentato all'alba in ditta ed ha fatto quanto chiesto il giorno prima dai suoi superiori prima dell'inizio dell'orario lavorativo, ma ciò non è stato sufficiente. Questo tentativo di individualismo è stata punito col licenziamento e nulla hanno potuto le vertenze sindacali che si sono viste rispondere picche dalla Corte suprema, che pare, leggendo vari casi, essere è spesso pronta a sorreggere le aziende e a non sconvolgere l'ordine sociale a danno dei diritti individuali.

Morire di lavoro in Giappone: karoshi

businessman in Giappone

Yumichan mi raccontava di quando lavorava come impiegata in banca, di come le sue giornate iniziassero all'alba prendendo i mezzi pubblici e di come uscisse spesso dopo le 22 dall'ufficio, al punto che ogni tanto valeva infilarsi in un cinema di quelli aperti 24/24 e dormire là per poi tornare in ufficio il giorno dopo. Quello che ho appena detto è normalissimo in Giappone, tanto che se entrate in un konbini assieme a riviste, bevande e cibarie è facile trovare tutto il necessario per risistemarsi e rientrare in ufficio, a partire dalle camicie immacolate, al set da bagno e trucco...
Il lavoro è tanto importante per i Giapponesi che, anche quando vanno in pensione, poi ricominciano a lavorare in attività che per un occidentale hanno orari da part-time, durante le quali possono continuare ad essere utili alla società; così mio suocero, dopo aver lavorato per tutta la vita, dopo un breve periodo di pensione, è stato reclutato dal comune di Fukuoka per le sue abilità nel gestire i fogli di excel, prima con attività gestionali ed ora come orientatone per i sovvenzionamenti destinati alle piccole aziende.
Questa grande dedizione al lavoro è spesso condizionata dalle esigenze aziendali che hanno visto, sopratutto nelle varie crisi che si sono succedute negli ultimi 20 anni, da cui il Giappone è da poco uscito, fare tagli ai posti, ma non alla produzione, creando, così, gravi episodi di super lavoro che hanno portato alla morte, fenomeno che in giapponese si dice karoshi ed è una parola tabù, una di quelle che non si devono dire, perchè, sì esistono, ma è meglio non affrontare, in quanto potrebbe turbare la pace collettiva.
Pensate che purtroppo siamo arrivati a contare 9000 casi all'anno di karoshi, cioè di persone che muoiono a causa del troppo lavoro, che si suicidano non per insuccessi o fallimenti, ma proprio perchè hanno lavorato troppe ore consecutive...
I Giapponesi lavorano quindi davvero tanto e non si tolgono mai il sorriso dalle labbra se stanno al pubblico, ma la maggior parte di loro è davvero felice di essere parte di un qualcosa che funziona bene ed è fiero di dare forza al suo Paese.
Yumichan mi racconta a tal proposito che la grande banca dove lavorava pubblicava mensilmente una sua rivista interna che riportava, nelle ultime pagine, sempre il triste elenco di colleghi defunti, morti intorno ai 40 anni per infarto o altre malattie legate allo stress e di come lei ed i colleghi guardandosi negli occhi si domandassero se sarebbe poi magari un giorno toccato anche loro...
La mia Yumiko, adesso, lavora tanto anche qui in Italia ed ha avuto tanti successi grazie alla sua forza di volontà, ma ha assunto ritmi sicuramente più mediterrane con pisolino pomeridiano compreso.
Certamente, se mai andrò a vivere in Giappone, come spesso ultimamente penso, non potrei entrare in un simile ingranaggio e qualunque cosa facessi dovrebbe essere calibrato sul mio essere uno straniero strano, un gaijin.

Una rilettura della costituzione giapponese

Il popolo giapponese ha rinunciato per sempre alla guerra...

Il Generale Mac Arthur e l'Imperatore Hirohito

Chi segue le vicende che avvengono nel Paese del sol levante, in questi giorni, non avrà potuto far a meno di vedere che in Giappone ci sono state manifestazioni pacifiste contro decisioni prese dall'attuale governo...Incuriosito dal divenire degli eventi, sono andato a documentarmi un po' di più. Il 3 luglio scorso, infatti, la "dieta" giapponese ha dato mandato al governo di intendere in modo un po' differente, rispetto alla precedente interpretazione, il senso dell'articolo 9 della costituzione, (quello dove si proclama la rinunzia alla guerra) dando modo di interpretare che le forze armate del Giappone potranno difendere gli alleati sotto attacco con la formula della “autodifesa collettiva".
Quando, nel 1946, a meno di un anno dalla fine del secondo conflitto mondiale, ai Giapponesi, incapaci di modificare drasticamente lo statuto costituzionale Meiji, gli occupanti americani dettarono una nuova costituzione, di stile britannico liberale, subito dopo aver definito la natura umana e fallibile dell'imperatore, già all'articolo 9 si affermò: "Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull'ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all'uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali.
Per conseguire, l'obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell'aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto."

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Donne e politica in Giappone

Donne e politica in Giappone

Una cultura maschilista caratterizza i palazzi del potere nipponci

Blog: la condizione di genere in Giappone

Un avvenimento nelle ultime settimane ha tenuto banco sui media nipponici mettendo in rilievo lo stato della condizione femminile nel Paese del sol levante in questo inizio di XXI secolo:
Il 18 giugno scorso, durante il consiglio della municipalità di Tokyo, ha preso la parola la deputata Shiomura Ayaka, sull'argomento della difficoltà delle donne che lavorano e che vivono nella capitale nipponica, dove non esiste più un rapporto tra vicini di casa ed i parenti sono spesso lontani, nel riuscire a seguire in modo consono i propri figli. Ebbene, la deputata si è vista interropere da un frase che distintamente la invitava a sposarsi e a proliferare personalmente per poi tornare in aula ad esporre l'argomento...al che, come tra i banchi di scuola, si è alzato il brusio dei presenti e sono fioccatti altri commenti sempre dello stesso tono...che la invitavano, come si diceva dalle nostre parti ormai un po' di tempo fa, a stare a casa a far la maglia.
Nel consiglio della municipalità è stata poi sciolta la seduta e l'incidente sarebbe rimasto nel silezio se non fosse stata presente la stampa che, scandalizzata, ha portato alla luce il fatto mettendo in risalto la grande difficoltà che hanno le donne a trovare un ruolo paritario con gli uomini in una società che per secoli le ha viste solamente come silenti madri di abbondante prole.
E' così che, subito, si è andati alla ricerca di chi aveva detto la frase incriminata, ed i giornalisti sono corsi ad intervistare sopratutto un deputato sul quale si addensavano i maggiori sospetti, ma che si scherniva dicendosi favorevole a scoprire chi si fosse lascianto andare ad una simile intemperanza, concludendo che il colpevole aveva l'obbligo morale di dimettersi.
Circa una settimana dopo, il consigliere ha dovuto ammettere che era stato lui stesso a commettere il fatto, per cui è stato costretto, a pubbliche scuse...con tanto di foto che hanno fatto il giro del mondo e sono arrivate fino da noi nel Bel Paese. Le scuse sono state accettate dall'interessata, la quale ha però detto che sarebbe stato meglio se fossero giunte subito, ben sapendo che il partito della signora Shiomura Ayaka aveva a disposizione solo le prime 48 ore per chiedere le dimissioni di chi aveva avuto un atteggiamento irrispettoso nei suoi riguardi.
Il deputato, così, pur allontanato dal proprio gruppo per il momentaneo clamore e disonore, si è visto bene dal dimettersi...

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